Note di regia – L’ALIENAZIONE DEL BENE
L’alienazione del bene è il secondo capitolo di una trilogia sulla casa.
La casa: quel luogo che ci contiene e ci tradisce, ci consola e ci educa alla solitudine. Qui racconto di una nuda proprietà. Due parole che, messe insieme, sembrano un paradosso matematico: qualcosa che è di qualcuno, ma non del tutto. Il giovane la compra per assicurarsi un futuro, l’anziano la vende per garantirsi un presente. In mezzo, il tempo, che scorre inesorabilmente crudele.
Attilio è un vecchio di quei vecchi italiani che poco hanno studiato ma tanto hanno capito. L’altro, il ragazzo, porta addosso la fragilità dei giovani di adesso: indecisi, sospesi, pieni di un entusiasmo che ogni tanto si rompe come un bicchiere sottile.
La commedia li segue per dieci anni, in tre movimenti, come una sinfonia che cambia andamento ma non tema. Ed è in questa lunga curva del tempo che succede tutto: si cresce, si combatte, ci si inventa, si prova a capire da che parte sta la felicità.
E intorno a loro, gli altri due personaggi. Non comparse, ma satelliti: divertenti, sentimentali, a volte cinici. Insieme formano una piccola costellazione umana, un meccanismo imperfetto che però funziona, come certe famiglie che non si scelgono ma capitano. C’è da ridere, e c’è da tacere. Ci sono lampi di poesia, abbagli di stupidità. La vita, insomma.
La scena è semplice, quasi nuda anch’essa. Una geometria che non pretende di essere realistica, ma rarefatta come una stanza all’alba.
Ho voluto togliere tutto per lasciare tutto: gli attori. I loro silenzi pieni di pensieri, i tempi comici che con grazia scandiscono il ritmo, i sentimenti che non si lasciano addomesticare. È un lavoro d’attore, sì, ma anche d’autore; un tentativo testardo di mettere in fila le vite e vedere se, per qualche istante, davvero si “allineano”.
E alla fine resta questo: quattro persone che provano a trovare un equilibrio. E una casa che, come tutte le case, osserva, ascolta, e custodisce.
Note di regia – L’ALIENAZIONE DEL BENE L’alienazione del bene è il secondo capitolo di una trilogia sulla casa. La casa: quel luogo che ci contiene e ci tradisce, ci consola e ci educa alla solitudine. Qui racconto di una nuda proprietà. Due parole che, messe insieme, sembrano un paradosso matematico: qualcosa che è di qualcuno, ma non del tutto. Il giovane la compra per assicurarsi un futuro, l’anziano la vende per garantirsi un presente. In mezzo, il tempo, che scorre inesorabilmente crudele. Attilio è un vecchio di quei vecchi italiani che poco hanno studiato ma tanto hanno capito. L’altro, il ragazzo, porta addosso la fragilità dei giovani di adesso: indecisi, sospesi, pieni di un entusiasmo che ogni tanto si rompe come un bicchiere sottile. La commedia li segue per dieci anni, in tre movimenti, come una sinfonia che cambia andamento ma non tema. Ed è in questa lunga curva del tempo che succede tutto: si cresce, si combatte, ci si inventa, si prova a capire da che parte sta la felicità. E intorno a loro, gli altri due personaggi. Non comparse, ma satelliti: divertenti, sentimentali, a volte cinici. Insieme formano una piccola costellazione umana, un meccanismo imperfetto che però funziona, come certe famiglie che non si scelgono ma capitano. C’è da ridere, e c’è da tacere. Ci sono lampi di poesia, abbagli di stupidità. La vita, insomma. La scena è semplice, quasi nuda anch’essa. Una geometria che non pretende di essere realistica, ma rarefatta come una stanza all’alba. Ho voluto togliere tutto per lasciare tutto: gli attori. I loro silenzi pieni di pensieri, i tempi comici che con grazia scandiscono il ritmo, i sentimenti che non si lasciano addomesticare. È un lavoro d’attore, sì, ma anche d’autore; un tentativo testardo di mettere in fila le vite e vedere se, per qualche istante, davvero si “allineano”. E alla fine resta questo: quattro persone che provano a trovare un equilibrio. E una casa che, come tutte le case, osserva, ascolta, e custodisce.

